Venti scellini

di suor Erika Bracaglia e suor Monica Noce

Nella parrocchia di St. Joseph, dove in Kenya viviamo e lavoriamo, un significativo atto di carità da parte delle persone riguarda la donazione di cibo. A ogni messa domenicale, infatti, sono portate offerte di denaro e prodotti agricoli e, al momento dell’offertorio, accanto a ostie e vino da consacrare ci sono ortaggi, farina, uova, destinati ad essere distribuiti la mattina seguente ai più bisognosi.

Col sopraggiungere del lockdown e l’aggravarsi della situazione economica, sono moltiplicate le richieste di cibo e la necessità d’aiuto si è fatta più urgente. Così per far fronte ai bisogni di tante persone, abbiamo affiancato assieme ai sacerdoti della Fraternità le volontarie del CWA (Associazione Donne Cattoliche) per incrementare la distribuzione e soddisfare quante più richieste possibili. Con nostra grande meraviglia, tutta la parrocchia ha partecipato con abbondanti donazioni, permettendo che ogni lunedì, per sette mesi, ottanta famiglie in difficoltà ricevessero da mangiare. Ma lo stupore in noi si accresceva man mano che vedevamo tanta generosità provenire non solo da persone benestanti, ma dalle stesse famiglie in difficoltà. Ciascuno dava secondo quanto poteva. In tanti preziosi momenti ne siamo state testimoni, soprattutto quando al mattino, sul sagrato della chiesa, le persone passavano una a una a ritirare il loro pacco. Un giorno, ad esempio, è venuta una donna povera, d’aspetto provato ma con lo sguardo lieto, che, raccolto nel sacco il cibo offertole, ha estratto dalla sua tasca la busta della decima e ci ha chiesto timidamente dove potesse lasciarla. Oppure un’amica del Meeting Point, impegnata nell’accoglienza di persone malate di AIDS e anch’essa molto povera, ogni lunedì si presentava per versare 20 scellini, circa 20 centesimi, al fondo comune dello stesso Meeting Point.

Questi due gesti ai nostri occhi hanno rievocato l’episodio della vedova del vangelo che lascia il suo unico soldo nel cesto della carità. Come lei, anch’esse donavano tutto; come in lei, anche nel loro volto si rifletteva la letizia di chi si affida a Dio. Entrambe ci hanno reso testimonianza del fatto che solo nell’appartenenza a Chi ci ama possiamo vivere con fiducioso abbandono qualsiasi condizione.

Pélé vtt – un pellegrinaggio in bicicletta

di suor Mariagiulia Cremonesi

A dicembre scorso un giovane prete, père Roch-Marie, ci aveva cercato per dirci che aveva bisogno di “religiose in abito” che partecipassero a un pellegrinaggio estivo per ragazzi delle scuole medie. Incuriosite dalla proposta, audaci nel prendere un impegno così in là e, forse, non capendo benissimo il francese, abbiamo detto sì: così, dal 16 al 22 agosto io e Annie ci siamo trovate a partecipare al “pélé vtt”, pellegrinaggio in mountain-bike!

Il “pélé vtt”, ossia “Vélo Tout Terrain”, è una proposta della Chiesa francese, nata vent’anni fa da un sacerdote: egli andò assieme ad alcuni studenti in bicicletta al santuario della Madonna di Rocamadour. Visto il grande successo, ripropose l’impresa ogni anno, finché non si creò un vero e proprio evento, rivolto ai giovani del livello “college”, ossia delle scuole medie. L’odierna proposta si suddivide in tre giorni di preparazione e in cinque giorni di bicicletta, durante i quali si dorme in tenda, percorrendo strade di campagna e paesini, con lo scopo di arrivare ad un santuario mariano. Quest’anno siamo partiti da Vienne, città a un’ora e mezza da Grenoble, per arrivare al luogo di apparizioni mariano Notre Dame du Loisier dove il vescovo mgr. Guy de Kerimel ha atteso il nostro arrivo. Sessanta ragazzi delle medie e trenta del liceo formavano il piccolo popolo del “pélé vtt”: gli uni pedalavano, gli altri si occupavano di montare e smontare le tende, mentre diversi adulti allestivano il campo, cucinavano pasti, garantivano assistenza tecnica ai giovani ciclisti. Aveva tutte le sembianze per essere un bel Tour de France, se non fosse che infermiere, animazione liturgica, sacerdoti e seminaristi accompagnavano il percorso; e quest’anno anche le suore! Io ho ritrovato le mie radici scout nel montare e smontare tende; Annie la sua anima sportiva nel pedalare. Il mattino riuniva tutti per pregare e ricevere indicazioni tecniche; poi le strade si dividevano fino a tardo pomeriggio: chi si preparava con casco in testa e zaino in spalla a una giornata in bici, con tappa pranzo e “momento spirituale”, chi a smontare tende, caricare camion e raggiungere il successivo punto d’incontro.

Il compito assegnato a me e Annie si svolgeva all’interno di questo “temps spi”, un momento spirituale proposto ogni giorno sia ai ragazzi che agli adulti. Il tema erano i misteri gloriosi del rosario. Avendo notato come qui siano fin da piccoli abituati a pregare e cantare, ma poco a porsi domande su quanto accade loro, abbiamo deciso di impostare gli incontri così: io con adolescenti e adulti, Annie con un gruppo di ragazze cercavamo di guardare insieme alla giornata e a cosa essa suscitava. Il primo giorno ho chiesto ai ragazzi: “Cosa desiderate da questo pellegrinaggio? Perché siete venuti qui? Cosa desideri per te?” Di fronte all’obiezione se fosse una domanda spirituale o meno, mi sono accorta che, spirituali o meno che siano, domande simili mi hanno sempre aiutata a guardare alla mia vita. Da qui, a poco a poco, sono nati dei bei dialoghi.

È stato interessante vedere come il pellegrinaggio sia un gesto costruito da un piccolo popolo: famiglie, figli, religiosi. Grazie a questa occasione preziosa, abbiamo cominciato a toccare da vicino la missione e la Chiesa francese, e siamo tornate a casa piene di domande, osservazioni e rapporti che, se Dio vuole, potranno continuare.