Accoglienza e carità

di suor Federica Gissi

Nei mesi di lockdown abbiamo intensificato il silenzio, portando nella preghiera le tante intenzioni che ci arrivavano. Tutto questo ha alimentato il desiderio, una volta terminata la clausura, di poter fare compagnia ai nostri amici. Così, appena è stato possibile pensare concretamente all’estate, abbiamo deciso di aprire i cancelli della nostra Casa di formazione con alcune proposte.

            Io mi sono occupata di due aspetti di questa apertura estiva. Innanzitutto ho aiutato suor Valeska ad organizzare le serate culturali: tutti i venerdì e tutti i sabati sera infatti, nel cortile di casa nostra, con le sedie distanziate, sono venuti alcuni amici a presentarci qualche libro o film che li appassiona. Abbiamo spaziato da una presentazione sulle colonne sonore dei film al “Barbiere di Siviglia”, dai film cinesi a esperimenti teatrali. Una delle prime sere, guardando le persone arrivate per l’incontro, ho proprio intuito che la carità ha tante sfumature: dopo questi mesi di isolamento poter godere di un altro che condivide con te la sua passione, che ti indica col dito la bellezza che lui vede, ecco, questo è essere oggetto di carità, che risolleva l’anima alla bellezza e alla verità.

            Ho poi curato l’accoglienza agli studenti universitari e a chiunque abbia avuto necessità di studiare in questi mesi estivi in cui molte biblioteche non sono state accessibili. Essendo noi in casa in numero ridotto rispetto all’inverno, abbiamo potuto riunirci tutte in una sola delle due sale da pranzo della nostra Casa di formazione e trasformare l’altra in una sala studio. Assieme a qualche sorella abbiamo pranzato in giardino con chi c’era ogni giorno: un modo semplice di far compagnia al bisogno dell’altro, di portare assieme il proprio “sì” di fronte a quello che a ciascuno è chiesto.

            Il tema dell’accoglienza mi è sempre stato caro perché è segno evidente della presenza di Dio in un determinato luogo: Lui solo è capace di accogliermi interamente e continuamente. In queste settimane guardando i ragazzi che sono venuti a studiare ho riscoperto per me il bisogno di lasciarmi accogliere continuamente nell’abbraccio della casa, segno dell’abbraccio del Signore alla mia vita, e insieme a questo, di imparare sempre più ad avere cura, cioè avere a cuore il bisogno dell’altro, nel desiderio continuo che si allarghi il mio cuore.

Dove il dubbio ritorna domanda e rinasce il cuore

di Teresa Pedini

Questa estate, non potendo partecipare a Centri Estivi o vacanze in giro per l’Italia, abbiamo invitato alcune ragazze liceali a trascorrere insieme una settimana dal 13 al 17 luglio a casa nostra a Roma, in via Aurelia Antica.

Le undici ragazze (sei da Milano, tre da Treviglio, due da Meda) hanno vissuto nella nostra foresteria, all’interno del giardino del convento. Non si conoscevano tutte tra di loro e noi conoscevamo solo alcune.

La proposta che con suor Rachele abbiamo fatto loro è stata quella di una vita insieme a noi missionarie, fatta di preghiera, attività manuali e culturali, visite artistiche a Roma.

La nostra vita qui in casa ruota attorno a quattro momenti di preghiera: al mattino le lodi seguite da un’ora e mezza di silenzio, l’ora media, la messa con i vespri e la compieta che chiude la giornata. Il resto del tempo si studia, si lavora e ci si prende cura della casa.
                Il primo giorno suor Rachele ha proposto a tutte loro di vivere insieme a noi il tempo del silenzio del mattino, provando semplicemente a stare in dialogo con Dio davanti al Santissimo esposto, a scrivere su un quadernino quello che stavano vivendo e quello che le colpiva di più, a leggere un libro tra quelli da noi messi a disposizione: la vita di Gesù o di un santo, la Cappella Sistina di Michelangelo, i misteri di Maria, Giotto.
                Dopo il silenzio ci siamo divise in tre gruppi: suor Rachele e alcune ragazze hanno lavorato a un tavolo decorato con scarti di piastrelle per il nostro giardino, suor Teresa con alcune di loro all’orto, infine io e altre ragazze alla composizione di vetri colorati per quattro vetrate per la nostra casa.

Il tempo prima del pranzo e della cena era riservato ai mestieri: chi innaffiava, chi diserbava le aiuole in giardino, chi si occupava di apparecchiare bene la tavola. Alcune hanno anche preparato con me la pizza per l’ultima cena insieme.
                È stato molto bello lavorare insieme: ognuno di noi ha bisogno di sentirsi utile così com’è, di vedere che porta frutto nel mondo in modo unico e irripetibile. Forse questa è una delle esigenze più profonde che ogni persona ha. Proprio attraverso il lavoro insieme con il passare dei giorni ci siamo conosciute ed è cresciuta la libertà tra le ragazze che prima non si conoscevano.

Abbiamo inoltre visitato insieme la Cappella Sistina e la Basilica di san Pietro. Per me è stato molto bello tornare con loro a contemplare la bellezza dei luoghi che sono nel cuore della cristianità, a guardare con occhi nuovi una bellezza a cui rischio di abituarmi.

Ci sono stati alcuni dialoghi con queste ragazze che mi sono rimasti particolarmente impressi, come delle perle preziose.
                La prima cena insieme abbiamo chiesto a tutte perché erano venute a passare questa settimana da noi, cosa desideravano e cosa si aspettavano. Tutte avevano detto sì a un invito di un’amica o di una delle missionarie. Alcune avevano il desiderio di imparare a stare in silenzio e ad ascoltare come risponde Dio alle loro preghiere. Mi ha stupito questa risposta perché è la posizione più vera nel rapporto con Dio e con tutta la realtà, che io stessa desidero riguadagnare ogni giorno.
                Il terzo giorno, dopo la messa, chi voleva poteva confessarsi da don Paolo Sottopietra e don Emmanuele Silanos. In quell’occasione ho avuto un piccolo dialogo con una delle ragazze: piangeva e si era agitata nell’attesa di confessarsi. Le ho chiesto il motivo di questa agitazione: era piena di dubbi e si vergognava per tutti i no che aveva detto nel rapporto con Dio. In quel momento ho pensato a me, a come sono aiutata a vivere in modo sempre più vero il sacramento della penitenza. Sono riuscita a dirle che la confessione è proprio il momento più bello in cui torniamo a essere vicini a Gesù, in cui il foglio pieno dei no che abbiamo detto torna a essere bianco come la neve. Tutto quello che ci viene chiesto è prendere un po’ di coraggio ed affrontare la vergogna per il male che abbiamo fatto. E allora dopo è una grande festa!
                Una sera, suor Elena Rondelli è venuta a raccontarci la storia di Chiara Corbella, una giovane donna a cui sono morti i primi due figli poche ore dopo il parto e che è morta di tumore nel 2012, poco tempo dopo aver partorito il figlio Francesco. Suor Elena ha posto tante domande alle ragazze: cos’è la vocazione? Cosa vuol dire la parola santità? Loro rischiavano e rispondevano, è nato un bel dialogo. Abbiamo visto insieme il video di una testimonianza di Chiara, invitando le ragazze a cogliere la frase più importante; una ragazza ha indovinato: “la verità è già dentro di noi”. In queste ragazze ho proprio visto una grande sete di verità, di essere volute bene per come sono ed essere aiutate a scoprire chi sono. Sulla tomba di Chiara c’è questa frase molto bella: ”L’importante nella vita non è fare qualcosa, ma nascere e lasciarsi amare”. Sono rimaste tutte molto colpite dalla sua vita e dal suo volto felice.
                La mattina dopo, suor Rachele ha parlato alle ragazze del mistero dell’annuncio dell’Angelo a Maria. La liturgia delle Lodi di quel giorno ci aveva messo davanti a queste parole: “il Signore ti ha scelta e ti ha prediletta”. È vero per Maria, ma anche per ciascuno di noi. Questa è la vocazione. E allora bisogna chiedersi: quali angeli ci sono nella mia vita? Ci sono sicuramente, ma bisogna saperli cogliere. Sia la Madonna che Chiara Corbella hanno vissuto con il cuore aperto, pronte a cogliere quello che Dio voleva dire loro e pronte a rispondere alla chiamata di Dio. Nelle loro vite vediamo che veramente “nulla è impossibile a Dio”. Ma Dio attende il sì di ciascuno!

Prima della loro partenza, siamo andate insieme alla grotta della Madonna, nel nostro giardino: abbiamo acceso le candele fatte e decorate da ciascuna, affidando la vita di ciascuna a Maria. Sono piena di gratitudine per questa settimana: questa nostra casa è veramente un luogo dove riposare, dove seguire persone più grandi che sono di aiuto nella scoperta della verità di sé, dove è possibile porre tutte le domande a Gesù Cristo, l’Unico che può risponderci.

La bellezza si difende da sola

di suor Patrizia Ameli

La nostra casa a Grenoble è circondata da una chiesa, da una scuola e da un palazzo. Si trova al pianterreno e così il nostro giardino è sotto lo sguardo di tutti. In particolare, sotto lo sguardo del palazzo che affaccia direttamente su casa nostra. Capitava spesso che, mentre lavoravo all’orto, una vicina si affacciasse chiedendomi cosa avessi piantato. Inizialmente le conversazioni erano gradevoli; dopo aver evidentemente preso confidenza, questa signora ha iniziato a ricordarmi che la motozappa è molto pericolosa e a fare altre osservazioni sul mio lavoro. Ho pensato “Ecco, è arrivato il momento di piantare un bamboo alto 6 metri in modo che invece di scrutare minuziosamente le suore i nostri vicini abbiano davanti questa bellissima pianta giapponese”. Poi, però, guardando a mia volta il giardino della nostra vicina Claire mi sono innamorata dei suoi arbusti. Un giorno Claire mi ha scritto il loro nome su un foglio e mi ha anche regalato un cespuglietto: deutzia blanc en forme de boule, magestroemia violet, weigelia rose et saules crevettes.

E’ troppo limitato il desiderio di usare una pianta per difendersi; desidero che il nostro criterio per scegliere le siepi del nostro giardino sia la bellezza, così che sia io che la vicina di casa possiamo godere della bellezza delle piante. La bellezza ci difenderà perché distoglierà il nostro sguardo dalle cose piccole e lo solleverà in alto.

Qualche tempo dopo questa vicenda, la nostra vicina ci ha chiamato per dirci che osservandoci era rimasta molto colpita da come siamo, da come viviamo e da come lavoriamo; aveva dei pregiudizi negativi sul nostro arrivo in Francia ma ora è felicissima di vederci ed averci come vicine. Ha addirittura scattato delle foto di me con la motosega e la motozappa ed era molto divertita.

La bellezza si difende e ci difende: non abbiamo bisogno di siepi alte, ma di vivere la nostra comunione. Scegliendo le piante secondo questo criterio non abbiamo preso il classico alloro o pitosforo per perimetrare i confini ma abbiamo deciso di prendere piante tutte diverse e che fioriscono in diverse stagioni: alcune fanno fiori gialli a primavera, altre fiori rosa in estate e altre in autunno. Queste siamo noi, ognuna col suo carattere e i suoi tempi di fioritura, il bello è che la comunione tra noi, come la siepe che abbiamo piantato, è bella perché è sempre fiorita. In base alla stagione c’è sempre almeno una pianta nel pieno del suo splendore che dà colore a tutto il resto. Questa è la nostra comunione, non siamo tutte perfette, tutte sempre in fiore, ma posso sempre godere della “fioritura” della sorella perché sono parte della sua stessa siepe.
Ecco, il mio desiderio è di piantare piante che rispecchino la nostra vita. La bellezza, come la verità, è piccola, fragile, ma ha una forza intrinseca che le permette di difendersi da sola senza bisogno di barriere.