C’è qualcuno che vede la verità di me

Suor Annie ci parla di come la vita nelle Missionarie risponde alle domande e alle consuetudini della cultura da cui proviene.

 

 

In quanto cristiani apparteniamo alla Chiesa cattolica e la cosa più grande che uno possa fare per un altro è aiutarlo a trovare il suo posto dentro di essa, a trovare il compimento della sua persona dentro la comunione in Cristo e quindi a partecipare alla vita del mondo in Dio.

Sono nata e cresciuta negli Stati Uniti, un paese che non ha una storia e una cultura cattoliche. In termini di culto, le fondamenta della cultura americana sono infatti protestanti. Ciò mi era chiaro anche prima di entrare in questa casa, ma solo negli anni, da quando mi sono immersa nell’essenziale ecclesialità di essa, ho cominciato a sentire nelle mie ossa quanto queste radici formino non solo il paese, ma anche i figli dell’America, determinando persino cosa significhi essere cattolici americani.

Innanzitutto, l’America ha una cultura che brama la libertà, ma che non comprende la sacramentalità delle cose, perché non conosce i sacramenti. Eppure è solo nella realtà dei sacramenti che si può essere davvero liberi. Senza la presenza dell’infinito che si comunica all’uomo, non c’è luogo al mondo che non sia insopportabilmente piccolo, dove l’uomo non sia costretto ad andare sempre oltre il concreto e il limitato per provare a “compiersi,” rimanendo però sempre un po’ “al di sopra” della carne dei rapporti. Di conseguenza così, la possibilità che la salvezza entri nel concreto della vita per trasformarla dal di dentro non è facilmente percepibile.

È l’America che ha prodotto la Beat Generation, o per capirci fra i più giovani, la storia vera di Chris McCandless, raccontata nel libro e film Into the Wild. Io capisco molto bene questa spinta—l’ho vissuta anch’io. È la spinta ad andare oltre, senza volersi fermare, alla ricerca della verità della propria vita. È l’urgenza di non sentirsi mai costretti, di non sentirsi chiusi e quindi di respirare, così si pensa, a pieni polmoni. Si crede di essere di più se stessi perché illimitati, appunto, liberi dai legami. Senza i sacramenti, sembra che tutta la profondità del proprio spirito possa trovare corrispondenza solo negli spazi e nelle distanze infinite, sia geografiche che umane. Ma così quell’infinito non si incarna, non lo si trova davanti a sé, né accanto, esso non ha corpo, né volto e quindi non ha luogo, anzi, la parola “luogo” è il suo contrario.

In questa casa sto scoprendo che la maturità sta non nel rinunciare alla spinta che ho descritto sopra, ma nel lasciarsi spingere nel profondo di un rapporto di amore che ha un luogo, che ha dei tempi e dei volti, che a volte bruciano e fanno male. Questa casa è un luogo che ogni giorno mi dà e mi fa vedere quello che da sola non ho e non vedo, e che mi mostra che qualcuno mi accompagna sempre, sempre mi aspetta, sempre mi perdona.

Ed è proprio il perdono il secondo punto di cui volevo parlare. È solo la Chiesa che sa leggere il mistero del male. Io sono convinta che in America si è così in preda dell’immagine di sé, della superficialità, delle buone maniere, o ancora del tentativo di mantenere degli “ambienti confortevoli e situazioni sorridenti” (come ha detto don Michael Carvill in un numero recente di Fraternità e missione), proprio perché la dottrina del peccato originale non ha mai trovato posto nella sua antropologia. Sembra quasi che il popolo americano non abbia gli strumenti per distinguere fra il proprio male e la propria natura, o la propria persona. Questa mancanza rende insopportabile guardare ai propri limiti e al tempo stesso, paradossalmente, li mette davanti agli occhi, li fa lampeggiare, e rende impossibile non esserne sempre coscienti. Si spendono quindi molte energie a cercare di non disattendere le aspettative altrui e a sotterrare la bestia di quello che non ci piace di noi, perché cattivo, perché in fondo ciò definirebbe anche noi come cattivi. Si tratta di un’immensa paura di scoprirsi non desiderabili. Purtroppo questa situazione rende molto difficile la correzione e la vera amicizia e quindi la conversione. Dire “qualcosa in te va cambiato” equivale a dire “ti ho scoperto, non sei buono”.

In questa casa sto imparando invece che i miei limiti e i miei peccati li avrò sempre con me, ma che c’è Qualcuno che vede la verità di me, tutta, che mi vuole, e che mi dà il tempo e le occasioni perché mi immedesimi sempre di più con quello che Lui vede.

Nella foto, suor Eleonora and suor Patrizia con alcuni ragazzi e sacerdoti della parrocchia di Broomfield, a Denver, Colorado (http://sancarlo.org/en/recent/vita-a-denver/).

C’è qualcuno che vede la verità di me

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