Intervista di Annalisa Teggi a suor Maria Anna Sangiorgio pubblicata originalmente su Aleteia


Il nome delle Missionarie di San Carlo è già familiare a voi lettori perché ospitiamo le loro riflessioni su For Her da qualche anno. Di recente una di loro, Suor Elena Rondelli, ha scritto per noi la sua «gemma» per raccontare la sua missione a Nairobi. Abbiamo di nuovo bussato alla porta del loro convento, per così dire. Da quando è scattata la quarantena, infatti, hanno dato vita a un momento comunitario serale chiamato i «caminetti» ed eravamo curiose di capire di cosa si trattesse, intuendo che alcune di quelle braci potessero scaldare anche noi. Ne è seguita una chiacchierata intensa con Suor Maria Anna Sangiorgio in cui si è spaziato dal tema del litigio tra le quattro mura domestiche fino al rinato bisogno di capire cosa significhi pregare. Le sue parole arrivano dritte al bersaglio, soprattutto un’intuizione che le illumina tutte: la quarantena e la pandemia non sono il tempo in cui finalmente ci accorgiamo del valore che ha l’affetto per i nostri cari, è il tempo in cui riscoprire che quel bene oggi così prezioso c’era donato da Dio già da prima.

Cara Suor Maria Anna per presentarti ai nostri lettori di Aleteia For Her, ti chiedo subito: chi siete e in cosa consiste la vostra vocazione?

Le Missionarie di San Carlo sono una comunità di suore missionarie nata nel 2005 dalla Fraternità Sacerdotale di San Carlo Borromeo. Il desiderio delle prime era di poter vivere quello che vedevamo già all’opera nella Fraternità dei sacerdoti, che sintetizzerei così: il desiderio di una vita donata a Cristo e agli uomini, attraverso una regola e vita comune stretta. La liturgia, la preghiera e la vita sacramentale sono al centro della nostra vocazione. Allo stesso tempo, la vita vissuta con Cristo è strettamente legata alla vita vissuta con le sorelle, che per noi sono una presenza sacramentale. Così ce l’ha indicata Don Massimo Camisasca, il fondatore della Fraternità San Carlo. La preghiera, il silenzio e la vita comune tra sorelle sono il cuore da cui scaturisce la missione: desideriamo innanzitutto vivere radicalmente la chiamata al rapporto con Cristo, anche attraverso le sorelle, e da questo scaturisce – come da una fonte – il nostro essere missionarie. Ad oggi siamo poco più di 30, presenti in cinque case nel mondo. La prima casa è stata aperta a Nairobi nel 2012, poi dal 2015 siamo presenti a Denver e da pochi mesi c’è una nostra casa a Grenoble, in Francia. A Roma abbiamo una casa di missione alla Magliana e in centro la casa generalizia dove vive la Superiora con chi la aiuta nel suo compito, e dove si trova anche la casa di formazione.
Siamo nate all’interno del carisma di don Luigi Giussani e desideriamo servirlo, perché è il modo attraverso cui Cristo ci ha raggiunte e affascinate. Per noi la missione consiste nel testimoniare la bellezza, la verità e la libertà che abbiamo sperimentato nell’incontro con Cristo. Per questo, al momento della Professione diamo la disponibilità a servire la Chiesa ovunque saremo mandate, rispondendo al bisogno che c’è nel luogo in cui siamo chiamate. Per donare la nostra vita a Cristo professiamo voto di povertà, verginità e obbedienza. Da subito abbiamo desiderato portare un abito religioso, che ricordi a noi stesse e a tutti a chi apparteniamo.

Come la vostra vita di comunità e di missionarie vi aiuta (e può aiutarci) a vivere questo tempo? Penso alla proposta dei «caminetti», nata all’indomani della quarantena, di cosa si tratta?


Quando è uscito il decreto sulla permanenza a casa di tutti, ci siamo domandate fin da subito cosa Dio ci stesse chiedendo e come ci chiedesse di vivere questo tempo. Oltre ad alcune decisioni interne relative alla nostra vita, ci siamo trovate con il desiderio di poter continuare a stare vicino alla gente, sebbene in una forma che doveva essere diversa dalla nostra quotidianità precedente. Alcune persone si sono fatte vive per affidarci intenzioni di preghiera, altre ci chiamavano perché sconfortate o preoccupate e ci è venuta un’idea per condividere la nostra vita e per sostenere chi faceva fatica. Si tratta di una sorta di “trasmissione radio” serale via Zoom. Abbiamo chiamato questo momento il «Caminetto», come da tradizione della Fraternità San Carlo. Infatti, quando Don Massimo Camisasca era Rettore del Seminario, era solito ritrovarsi coi seminaristi attorno al fuoco del camino per dialogare con loro. Da tempo la nostra Superiora, Suor Rachele, attendeva il momento di poter vivere questo gesto con le novizie e le professe della nostra casa di formazione, non appena fossero terminati i lavori di ristrutturazione del camino di casa.

Il desiderio era di trovarsi qualche sera della settimana a leggere qualcosa di bello davanti al camino e abbiamo pensato di adattare quest’ipotesi alla situazione attuale. Quindi, per chi vuole, ogni sera alle 21 ci troviamo a leggere una pagina significativa, bella, che ci ha colpito (da un romanzo, da un racconto, da un saggio). Iniziamo raccontando com’è andata la nostra giornata, poi facciamo la lettura prescelta per la serata con un breve commento e infine l’ultimo quarto d’ora diamo la possibilità a chi è collegato di affidare le sue intenzioni di preghiera. In tanti ci stanno contattando per questo motivo: per pregare per i malati ricoverati in ospedale o che sono rimasti a casa, per conoscenti che stanno facendo particolarmente fatica, oppure per le preoccupazioni legate alla perdita di lavoro. Concludiamo recitando insieme la preghiera del Memorare e poi per noi alle 22.00 suona la campana che ci chiama alla preghiera di Compieta. Quindi, la gente sa che, dopo il momento del «caminetto», noi portiamo le intenzioni raccolte a Compieta e nella messa del mattino dopo.

Ci è chiesto l’isolamento, ma la speranza non ci è tolta. Come si può stare chiusi in casa ma con il cuore aperto? 

Sicuramente il momento è difficile. Può diventare anche soffocante se continuiamo a scappare dal presente, col gomito davanti agli occhi e i pugni chiusi, desiderando solo di uscirne alla svelta. Invece se si comincia ad accettare questa condizione che Dio sta permettendo, può entrare nella vita una luce nuova per vedere ciò che era già presente da prima. Si tratta, infatti, di riscoprire qualcosa che c’era donato già da prima, ma che nel mezzo di una vita frenetica, o a causa di tanti diversivi, non ci si fermava a guardare. Una delle sfide di questo tempo vissuto in casa tra quattro mura, con le stesse persone, può essere ritrovare un modo più autentico di guardare: tornare a vedere la realtà, fatta e donata da Qualcuno più grande di noi. Come tanti amici ci stanno raccontando, può essere l’occasione per riscoprire che tu ci sei, che c’è quel marito o quella moglie, e nel mio caso che ci sono queste sorelle con cui abito. Possiamo spalancarci su ciò che ci è dato solo togliendo tanta scontatezza e abitudine dagli occhi e dal cuore. È vero, infatti, che spesso, finché non ci sono degli scossoni come il coronavirus, noi pensiamo che tutto ci sia dovuto e tutto ci appare scontato. Questa circostanza difficile toglie il velo dell’abitudine e, perciò, può far sorgere domande sul valore degli eventi e delle persone. Può farci stare di fronte all’interrogativo: Chi mi dà queste persone e queste circostanze? Questo sguardo può farci andare, per una volta, davvero in profondità. Possono sorgere domande di senso a cui lasciare spazio. L’altra cosa di cui mi accorgo in queste settimane è che stiamo vincendo tanti piccoli o grandi egoismi. Ad esempio, si parla di come i medici si stiano spendendo e sacrificando negli ospedali; ci si sta accorgendo del valore dei gesti di carità a cui prima non si badava. Si scopre la bellezza dello spendere del tempo gratuito coi figli, dei pasti insieme, del prendersi del tempo per fare una telefonata all’amico che ha un familiare malato o di aiutare un vicino di casa. Questo tempo ci offre la possibilità di aprirci all’altro che ci è accanto, anziché rimanere sempre chiusi su noi stessi. Quando alziamo lo sguardo dal nostro ripiegamento e siamo disposti ad accogliere sul serio l’altro, si apre un mondo nuovo, il mistero infinito da scoprire che è l’altro, fatto e voluto da Qualcuno. E donarsi e accogliere gli altri rende felici!

In famiglia ci sono anche momenti di litigio. Come affrontarli? Su cosa si fonda la convivenza e il perdono?


Anche in casa da noi capitano discussioni, fastidi, incomprensioni. Siamo 18 donne di culture diverse ed è facile capire che la sintonia perfetta non esiste, e che non può esserci vita comune senza perdono, senza accettare l’altro così com’è, con la sua diversità. In ogni vita comune ci sono degli attriti; un aiuto concreto di fronte al momento di litigio può essere quello di trovare, in un momento successivo, l’occasione per riparlare dell’accaduto. Non è detto che bisogna riparlarne subito, perché ci sono temperamenti diversi che vanno rispettati. Ma l’importante è non covare dentro l’incomprensione, e che queste ferite non vengano abbandonate senza essere riportate alla luce in un dialogo. Ogni mercoledì sera a compieta la chiesa ci fa recitare questo versetto: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date occasione al diavolo» (Ef 4, 26- 27). A me è molto evidente che, se ci sono dei piccoli sassolini tra me e un’altra sorella, lasciati lì poi
diventano dei macigni o addirittura dei muri.

L’aiuto a non lasciare l’ultima parola ai nostri limiti viene anche da una certa leggerezza e ironia: quanto più io imparo ad accettarmi così come sono, allora posso accettare anche l’altro nei suoi limiti e difetti. Leggerezza, o ironia, significa che in certi momenti difficili non bisogna mettere continuamente i puntini sulle i; fa bene anche imparare il distacco dalle cose non essenziali, per affermare un bene maggiore. Si tratta di uscire un po’ da se stessi. Nel contesto in cui viviamo, può aiutarci pensare che c’è gente che sta morendo e gente che sta perdendo il lavoro. Chiediamoci allora: «Ma veramente vale la pena che mi impunti su questa obiezione?». Possiamo ridimensionare quello che ci sembra un torto enorme rimettendolo nel contesto giusto; ci sembra impossibile perdonare certe cose solo se non alziamo lo sguardo da noi. Quando alziamo lo sguardo, la prospettiva e il valore delle azioni cambiano.

Il perdono si impara nel tempo. E si impara chiedendo perdono; si impara, cioè, accettando di essere perdonati. L’esperienza del perdono rigenera ogni volta e quindi, nel tempo, è più facile chiederlo di nuovo. Per me il perdono parte innanzitutto da uno sguardo diverso su me stessa che nasce da come sono amata da Cristo. Come scrive San Paolo, Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori; quindi più mi lascio abbracciare da questo sguardo di Dio, che mi chiama alla vita oggi e ogni giorno -nonostante i miei sbagli di ieri- e che mi ama così come sono, più cambia il mio sguardo. Perché Gesù non ha detto: «Darò la vita per te quando sarai perfetta», anzi ha dato la sua vita proprio perché sa che io sono così piena di limiti e peccato, per liberarmi. San Paolo scrive anche: «Sopportatevi a vicenda, perdonandovi scambievolmente se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col
3,13). Sono abbracciata tutta, con le mie luci e le mie ombre, da Dio, che mi raggiunge nella confessione e nello sguardo delle sorelle. Per questo nel tempo comincio a guardare anch’io le sorelle con uno sguardo di perdono.
Non è mai automatico accogliere l’altro così com’è, non giudicandolo in base a quello che avrei voluto che fosse. È una posizione da riguadagnare continuamente, a cui noi qui in casa siamo educate da subito. Nessuna di noi ha scelto le altre come compagne, ma tra tutte le persone che ci sono nel mondo Dio ha scelto per ciascuna quei volti precisi. Vale anche in famiglia, perché potremmo chiederci: perché mi sono innamorata proprio di quell’uomo tra tutti? Oppure: perché mi sono arrivati certi figli con la loro unicità evidente che non ho deciso io? Forse in apparenza è un po’ meno oggettivo di quello che accade in un convento, ma l’origine è la stessa: Dio ha scelto per me certe persone. Partire da questa coscienza mi fa accorgere che quella diversità che vedo in chi mi sta accanto è un’occasione voluta da Dio. E se Lui ama quella diversità e la vuole come mia compagna di cammino, questo mi fa vivere con un’apertura di fondo e di curiosità. Io non voglio perdere l’occasione di scoprire quello che Lui vuole farmi scoprire, anche chiedendomi di cambiare.

Cos’è davvero la preghiera? In molti la stanno riscoprendo in questo periodo, come li aiutiamo?


Si potrebbero dire tante cose, e non sarebbe mai abbastanza per esprimere la ricchezza e la bellezza di ciò che è la preghiera. Provo a dire qualcosa. Da dove nasce la preghiera? La preghiera scaturisce dalla profondità di noi stessi, nasce dal silenzio di un cuore in ascolto. In questo tempo di coronavirus il silenzio, anche solo esteriore, si è guadagnato uno spazio in più. Ad esempio, un amico sacerdote ci diceva che si è accorto di sentire la fontana della piazza da casa sua, prima non gli era mai capitato di notarla. Tanti rumori esterni con cui riempivamo le nostre giornate
sono venuti meno.
Il silenzio permette di stare in ascolto e in attesa; se pensiamo alla Madonna, il suo silenzio era una posizione del cuore, uno stato d’animo: era tensione a una Presenza, a una Voce che parlava. Dio parla nel silenzio. C’è un episodio nella vita del Curato D’Ars che esprime bene cosa sia la preghiera: si racconta di un contadino che ogni giorno entrava alla stessa ora nella chiesa parrocchiale, per sedersi nell’ultimo banco e guardare il tabernacolo. Vedendo ripetersi più volte questa scena, un giorno san Giovanni Maria Vianney, incuriosito, chiese al suo parrocchiano perché si comportasse così. Ricevette dal contadino questa risposta: «Io guardo Lui e Lui guarda me». La preghiera è questo stare alla Sua Presenza.
Perché questo accada, ci sono delle strade che aiutano. In fondo l’incontro con qualsiasi persona richiede delle condizioni: dobbiamo decidere di vederci, ci deve essere un luogo in cui ci incontriamo, quando ci parliamo non devono esserci rumori o distrazioni per poterci veramente ascoltare. Lo stesso vale per incontrare Dio. Nella nostra vita c’è una continua educazione al silenzio e alla preghiera, e ci diamo delle indicazioni molto pratiche per poter vivere in preghiera, affinché questo ascolto e dialogo con Dio resti sempre aperto. Per arrivare a questa posizione stabile del cuore, si comincia donando alla preghiera una parte della giornata: a partire dal desiderio di dare a Dio tutte le ore della giornata, noi cominciamo offrendogli la prima ora di ogni mattina. Dopo le lodi, abbiamo due ore di silenzio che sono guidate da certe indicazioni: ad esempio, la prima è di passare il primo quarto d’ora in ginocchio, per ricordarci della nostra posizione di mendicanza davanti a Dio. Il resto del tempo può essere aiutato dalla meditazione di un testo della Sacra Scrittura, di un libro su Gesù, di un santo.

Se è vero che la preghiera è la semplicità di quel «io Lo guardo e Lui mi guarda», occorre però prendere delle piccole decisioni per favorire l’ascolto e il dialogo. Anche il luogo dove noi preghiamo deve aiutare il nostro raccoglimento. Le nostre stanze sono come quelle dei monaci: tutto ciò che può distrarre è tolto. E questo è vero per ogni tipo di dialogo: se voglio parlare con un amico, non vado a mettermi in un luogo pieno di rumori o dove ci sono altri che parlano attorno. Bisogna avere il coraggio di prendere queste piccole, o grandi, decisioni per mettersi in ascolto. Ai miei amici che non vivono in convento come noi, suggerisco ad esempio di non accendere il cellulare immediatamente la mattina: prenditi i primi venti minuti del giorno anche solo per un silenzio esteriore; non aggiungere tante voci esterne fin dal mattino, lascia spazio ai desideri e alle domane che hai, ripensa a cosa hai ricevuto il giorno prima e ringrazia. Un altro consiglio può essere: tu e tuo marito prendetevi dieci minuti al mattino in cui affidate a Dio tutta la vostra famiglia, le decisioni da prendere nella giornata, le cose da fare. E i figli imparano da questo gesto dei genitori. Io ho imparato a pregare guardando mio padre e mia madre; così come si insegna a parlare si può insegnare ai figli ad aprirsi a questo dialogo con Dio. La Chiesa poi è una madre che ci aiuta e ci dà degli strumenti molto concreti: il rosario ad esempio è una preghiera bellissima che può essere pregata insieme a tutta la famiglia. Non dobbiamo inventarci niente: le parole ci sono offerte, come Gesù stesso ha insegnato ai suoi discepoli a pregare il Padre Nostro. Dio ci è sempre accanto nella vita, ma è la nostra routine frenetica e piena di rumori che ci impedisce di sentirlo; viviamo in un tempo e in una società in cui ogni minuto è riempito di attività e suoni. La quarantena allora può essere un momento favorevole per ascoltare meglio Dio, perché molti rumori si sono spenti. «Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12) ci dice Dio, esprimendo il suo desiderio di comunione con noi. Può accadere davvero questo: possiamo ri-accorgerci della Sua presenza e della Sua voce. Se ci accorgessimo che Lui mendica in ogni istante il nostro sguardo, che sta alla porta e bussa, queste giornate apparentemente vuote si riempirebbero.

Abbiamo sempre pensato che l’uomo davvero libero sia quello che cammina per conto suo, fa un progetto di meta e si costruisce il sentiero. Seguire è un verbo che istintivamente non ci piace. Possiamo invece auspicarci che questa “botta” chiamata Covid-19 ci aiuti a riscoprire tutta la libertà che c’è nel seguire?

L’uomo contemporaneo si ribella al seguire, ma seguire è un gesto quotidiano. Tutti i giorni, spesso inconsapevolmente, noi seguiamo qualcosa o qualcuno. E in tante esperienze quotidiane vediamo che è conveniente seguire, se scegliamo di seguire la persona o la proposta giusta: ad esempio, una mamma che cucina segue una ricetta, e così può offrire qualcosa di nuovo; oppure, per arrivare in cima a una montagna e godere del panorama occorre seguire qualcuno. Spesso senza accorgerci seguiamo l’opinione comune espressa nei mass media, mentre tanti ragazzi seguono la moda e i loro idoli su Instagram. Questo è il tempo degli influencer e dei loro followers. E poi, se non seguiamo qualcuno di esterno, seguiamo noi stessi fino a diventare schiavi dei nostri sentimenti o delle nostre paure. Quanta gente poi finisce purtroppo per diventare schiava dell’umore, dell’istintività o di modelli imposti dalla moda! Il punto quindi è saper scegliere a chi
obbedire, chi seguire. Se penso ai santi, penso a degli uomini liberi, compiuti, perché hanno seguito l’Unico che sapeva qual era il loro vero bene. Seguire Dio significa seguire chi sa qual è il tuo vero bene e ti ama in modo assolutamente disinteressato. Nel Vangelo si ripete tante volte il verbo «seguire»: quando Gesù chiama i suoi discepoli, per ciascuno si dice che “lo seguirono”. Cosa hanno fatto i discepoli? Hanno vissuto con Gesù, lo guardavano, lo ascoltavano, gli facevano domande, si lasciavano correggere: sono entrati in rapporto con Lui. Obbedire è vivere un rapporto di amicizia; e se seguo chi mi vuole bene, non la sento come una costrizione e anzi mi rendo conto che mi conviene. Questo coronavirus ci sta mostrando che non siamo onnipotenti, allora chiediamoci: da chi dipendo? Di solito noi seguiamo i nostri progetti, ma in queste settimane molti nostri progetti sono andati a monte. La scelta dunque è in mano nostra. Possiamo continuare a seguire idoli che non sono altro che padroni che non ci siamo neppure consapevolmente scelti. Oppure possiamo aprirci e consegnarci a un rapporto in cui seguiamo un maestro buono, come hanno fatto i discepoli, che ci aiuti ad arrivare dove da soli non possiamo. Possiamo seguire qualcuno che ci voglia bene e sia affidabile, che desidera farsi compagno e aiutarci a camminare. Dio vuole compierci e sa qual è il bene per ciascuno, per questo non ci fa mai mancare persone da seguire, attraverso cui è Lui stesso a guidarci.
Tante volte mi sono trovata a ripetere le parole che san Pietro rivolse a Gesù quando chiese ai suoi discepoli se volevano andarsene: “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” Quello che io ho scoperto nella vita è che veramente solo da Cristo, solo nella Chiesa, ricevo parole che spiegano la vita. Da Lui ricevo il senso della mia vita.
Io obbedisco tutti i giorni a una regola. Seguirla in questi anni ha educato e rafforzato la mia libertà. Infatti, il mio cuore che vive grandi desideri ha bisogno dell’aiuto delle sorelle per essere sostenuto nell’impegno per perseguirli. Scopro ogni giorno che seguire la regola della casa, obbedire alla mia superiora è la strada della mia libertà. È la strada per poter scegliere ciò che dà pienezza al mio cuore, per poter vivere seguendo i miei desideri più veri.

Custodisci la speranza in mezzo alla pandemia: prega, perdona e sii grato