Grandi feste per piccoli miracoli

Di suor Jennifer Andersen

Mentre il male fa rumore e attira l’attenzione, il bene è molto discreto e lavora nei cuori delle persone, incontro su incontro. In America il male ha tanto spazio perché dentro la cultura sono radicate convinzioni e abitudini che si oppongono al cristianesimo. D’altro canto, però questo fa sì che i piccoli miracoli emergano di più, ricordandoci che Dio tante volte preferisce portare avanti la sua grande opera di bene in ciò che a noi sembra insignificante.

Durante l’anno di missione che ho trascorso nella nostra casa di Broomfield, a me e alle mie sorelle è stata data la grazia di sperimentare alcuni di questi piccoli miracoli. Uno di essi è il gruppo delle medie della nostra parrocchia di Broomfield, Colorado: venti ragazzi che hanno riconosciuto e abbracciato liberamente un posto bello e vero a cui appartenere, fra tutti le altre attività e gli sport che il mondo propone loro.

La cosa che mi ha stupito di più è che il riconoscimento di appartenenza abbia iniziato ad esprimersi anche in uno slancio missionario, come è stato per i primi alunni di don Giussani. Un giorno, ad esempio, stavamo lavorando con alcuni di loro sulla mostra dedicata ai miracoli eucaristici realizzata dal beato Carlo Acutis. Suor Mariagrazia e io avevamo infatti proposto loro di presentarla durante una vacanza estiva a cui avrebbero partecipato anche tanti altri gruppi di ragazzi del nostro movimento. Quando abbiamo spiegato a nostri che avrebbero dovuto presentare la mostra a tutti i presenti, uno di loro ha esclamato: “Ma come? Solo a loro? Non invitiamo anche le persone che non conoscono ancora Gesù?” Mariagrazia e io ci siamo scambiate uno sguardo di stupore. È un piccolo episodio in cui Dio ci ha fatto intravvedere la Chiesa che nasce e rinasce: non perché fa rumore o ha grandi numeri, ma perché continua ad attirare le persone a sé. Chissà quanto pesa un piccolo slancio di carità come questo nella prospettiva dell’eternità!

Noi siamo chiamati a dare tutto lo spazio che il male vorrebbe afferrare agli umili interventi del bene, facendo delle grandi feste per i piccoli miracoli.

“Guarda bello, guarda fatto”

di suor Raffaella d’Agostino

A metà anno, ho iniziato un’esperienza missionaria che occupava uno spazio di tempo più ampio rispetto alla normale caritativa in cui siamo impegnate un giorno a settimana. Alcuni pomeriggi andavo in un centro residenziale per disabili fisici e psichici: Casa Santa Maria della Provvidenza, opera educativa e assistenziale gestita dalle suore nate dal carisma di don Luigi Guanella. Partecipavo al laboratorio di recupero creativo, dove si lavora in due sensi: innanzitutto, utilizzando vari materiali, si creano oggetti destinati alla vendita, così che capsule del caffè diventano fantastici orecchini e vecchi cd, orologi da parete. Poi si sta insieme disegnando, ascoltando musica, lavorando, sempre attenti alle capacità e ai doni di ciascuno. Il punto, infatti, non è tanto produrre qualcosa ma educare, anche nella disabilità.

A queste donne è chiesto di impegnarsi nel lavoro, fare bene il proprio pezzetto e portarlo a termine, chiedendo aiuto se si è in difficoltà. Sono guardate nella loro interezza e non solo per la loro disabilità. Per me, è stata un’esperienza di carità pura. Penso, per esempio, alle ore passate ad aspettare che Carola finisse un disegno fatto di semplici linee: l’unica cosa che potevo fare era picchiettarle sulla mano quando era assente per riportarla a quello che stava facendo. Ero lì semplicemente per stare e guardare.

Oppure penso ad Anna, ad uno degli episodi che più mi porto dentro: passava il tempo a giocare con i chiodini colorati, quelli che si usano da bambini per creare disegni, e appena infilava un chiodino nel disegno, si girava e mi diceva: “Guarda bello, guarda fatto”, cioè: “Guarda che bello, guarda che cosa ho fatto”. È una frase che ha iniziato a risuonarmi dentro, perché descrive sinteticamente il mio incontro e la mia vita con il Signore. È come se Lui costantemente ci dicesse questo: “Guarda che bello, guarda che cosa ho fatto per te”.

C’è sempre una bellezza da scoprire in ciò che il Signore tocca, noi dobbiamo solo abbandonarci a guardare.